Cristiana Astori è nata ad Asti, vive a Fossano (Cuneo). Laureata in psicologia, vincitrice di numerosi premi letterari, ha pubblicato racconti su diverse antologie e periodici (tra i quali “M-Rivista del mistero”) e il romanzo a fumetti L’amore ci separerà (De Falco), disegnato da Alberto Lingua. Il suo Il re dei topi e altre favole oscure è il primo libro italiano cui Joe R. Lansdale abbia dedicato una frase di lancio.
1.Per quelli che ancora non ti conoscono, sicuramente pochi, come si presenta Cristiana Astori.
Be’, molti pensano che chi scrive horror debba essere un tipo dark, cupo e pessimista. Io posso dire di essere piuttosto complicata, questo sì, ma anche allegra e solare. Insomma, l’horror è importante, ma l’ironia fondamentale…
2-Sei una scrittrice Horror. Come definisci questo genere. In che modo ti ci sei avvicinata?
L’horror è un genere che mi ha sempre affascinato, fin da piccola. Dalle streghe delle fiabe, a quelle del mago di Oz, ai fumetti di Zio Tibia e poi di Dylan Dog… ma il vero colpo di fulmine l’ho avuto alle medie, quando ho letto It di Stephen King. Appena l’ho finito ho pensato: “Ecco, io vorrei scrivere roba così.” La mia concezione del genere si avvicina infatti a quella kinghiana dell’orrore che si genera del quotidiano e alle inquietudini della mente di Edgar Allan Poe, meno alle classiche storie di mostri fantastici alla H. P. Lovecraft. Quando compare l’aspetto soprannaturale, si tratta spesso di un pretesto o una metafora per parlare di questa realtà.
3-Nei tuoi racconti ha un’importanza fondamentale l’intreccio psicologico. Ti sono d’aiuto gli studi di psicologia che hai intrapreso, fino alla stessa laurea?
Sicuramente sì, soprattutto per costruire e rendere credibili i personaggi e le loro motivazioni… inoltre, l’horror è un genere molto simile alla psicoanalisi perché entrambi permettono di scendere nel profondo, nelle più intime paure e angosce dell’uomo, ma anche, fortunatamente, di riscattarsi da esse tramite la catarsi.

4-Quando scrivi ascolti musica? Ho letto che è stata proprio una canzone ad ispirarti il romanzo a fumetti “L’amore ci separerà” (De Falco).
Springsteen in un suo pezzo dice: “abbiamo imparato di più da un disco di tre minuti che da tutto quello che ci hanno insegnato in classe”. Trovo che molte canzoni riescono a esprimere in una semplice strofa quello che io cerco di comunicare in un racconto o in un romanzo… anzi, spesso parto proprio da una sensazione provata ascoltando un pezzo e su quella suggestione costruisco un’intera storia. Com’è successo con “Love will tear us apart” dei Joy Division, appunto. Però quando scrivo preferisco soltanto musica strumentale, altrimenti mi concentro sul mondo della canzone ed esco da quello che sto creando io.
5-Quotidianamente che rapporto hai con la scrittura? Quando, come, dove scrivi?
Sicuramente vorrei poter scrivere più spesso, ma i miei molteplici lavori di traduttrice e bibliotecaria non me lo permettono. In ogni caso, ho un po’ le mie fissazioni: le scalette devo scriverle assolutamente a mano e su carta, preferibilmente con una Bic nera, in ogni caso mai a matita… detesto la matita, mi ricorda il disegno tecnico obbligatorio del liceo. Poi, per lo svolgimento non posso fare a meno del PC: sono piuttosto pignola e quando scrivo devo poter correggere liberamente. Il posto ideale per creare non è nello studio, ma sul tavolo del mio salotto rosso, circondata dai miei gatti Prince & Crudelia, sorseggiando té arancia e cannella nella tazza di Lamù o di Don Zauker…
6-Di te ho letto che tra i tuoi passatempi preferiti quando eri una bambina, vi erano la lettura e la scrittura. Uno dei primi racconti che hai scritto, a quei tempi, fu ispirato dalla locandina di un film che vedeva nel cinema davanti a casa tua, “La casa di Mary“. Fu poi la volta della relazione sulla visita al Museo Egizio che hai trasformato in un racconto che ti vedeva protagonista: chiusa nel museo, di notte, con un mummia risvegliatasi dal sonno eterno. Ottimo inizio…
E’ vero. Fin da piccola sono sempre stata piuttosto nelle nuvole e lo sono tutt’ora
Vedevo la realtà come qualcosa di magico … quella visita al Museo Egizio la ricordo ancora adesso, mi sembrava di essere precipitata in un romanzo ottocentesco tile Salgari… non parliamo quando ci hanno mostrato le mummie! Un tempo, senza internet e videogiochi così realistici, era molto più difficile vedere cose strane e di conseguenza molto più facile restarne affascinati… oggi invece trovo che la società dell’immagine tolga molto all’immaginazione, tutto è già visto e già sentito e non ci meravigliamo più…
Ricordo che “La casa di Mary” mi aveva colpito anche perchè il film era vietato ai 14 e non lo potevo vedere… per questo avevo inventato io una storia. Mesi fa, raccontando l’aneddoto ad amici, mi è stata prestata la VHS del film, ma continuo a rimandare la visione… da un lato perché mi dispiace infrangere un mito della mia infanzia, dall’altra perché ho sentito che dev’essere un film assurdo, non so se è più coerente la storiella che avevo inventato alle elementari o quella sceneggiatura!

7-Riguardo alle letture, quali sono stati i primi libri che hai letto?
Prima ancora di imparare a leggere, mio padre mi leggeva “Il mago di Oz” prima di dormire… non dimenticherò mai quella storia! In seguito ero diventata una grande frequentatrice della biblioteca pubblica e i miei libri preferiti erano quelli di Salgari, in particolare il ciclo del Corsaro Nero, poi Nancy Drew, una detective dai capelli rossi, Kalle Blomkvist di Astrid Lindgren (che era anche un’altra specie di detective ragazzino). Mi ero appassionata anche alle avventure dell’agente segreto Lancelot e ai fumetti di Asterix o quelli pubblicati sul Corriere dei Piccoli. Per non parlare di “Vampiri” un libro umoristico di Colin & Jackie Hawkins che custodisco gelosamente in libreria…
8-Il re dei Topi e altre favole oscure (Alacran edizioni), è una raccolta di undici racconti che oscillano tra le tematiche dell’orrore puro a motivi di critica sociale. Leggendolo ho pensato ad una cosa: chi sono i veri mostri?
Sicuramente gli uomini. Come ho accennato prima, le mie storie sono più psicologiche, quindi si concentrano sull’orrore del quotidiano. Molti dicono che non amano l’horror perchè si parla di brutture, ma in realtà queste brutture esistono. Non è vivendo in modo anestetizzato e superficiale che si sconfiggono, ma soltanto accettando di calarsi nell’ombra e di guardarle in faccia. E credo che l’horror sia un ottimo strumento per decostruire l’ipocrisia e la violenza

9-Hai collaborato alla raccolta Anime Nere Reloaded. Introducendo e contestualizzando con una trovata eccezionale i nuovi vampiri. Come ti è venuta in mente questa idea e di che si tratta?
Se analizziamo l’archetipo del vampiro, ci rendiamo conto che non è un essere così pericoloso e conturbante. Tutto il potere e il fascino di cui dispone gli deriva da noi. Infatti, come dice la leggenda, quando il mostro si guarda allo specchio non vede nulla, perché è privo di un’identità. Per questo per sopravvivere ha bisogno del nostro sangue. Ha bisogno di noi.
Partendo da queste considerazioni, ho immaginato il vampiro come il simbolo dei giovani alienati della nostra società consumistica, che sono belli, ricchi e snob, ma anche vuoti. L’unico modo che hanno di colmare questa mancanza è giocare a fare i vampiri e succhiare la loro identità dagli oggetti (come l’ipod, la macchina nuova, la villa con piscina) e soprattutto dai poveracci che, se pur pieni di complessi e turbe psichiche, hanno ancora uno straccio di personalità. E di cuore.

10- Nel tuo ultimo lavoro è un racconto che fa parte della raccolta “Sete-15 vampiri italiani”(Coniglio editore). Hai nuovamente trattato il tema del vampiro. Cosa puoi accennarci?
Dopo aver appena raccontato di vampiri nella storia precedente, ho deciso che per non ripetermi ne avrei potuto parlare soltanto con ironia. Quindi è nata la storia “Tu mi fai sangue” che si ispira in chiave grottesca al titolo serio di Anime Nere “Ti piace il sangue?” Il protagonista è Dario Alessandri, unoscrittore horror sfortunato in amore, che è convinto di aver conosciuto la sua anima gemella: Ilonka infatti ha tanti pregi, ma un unico trascurabile difetto: è una vampira. Stavolta non si tratta di una storia cupa, ma decisamente umoristica e ricca di citazioni per gli appassionati del genere, ma è anche una metafora per descrivere i rapporti sentimentali in cui siamo consapevoli dal primo istante che il partner è una pericolosa proiezione dei nostri desideri e ci vampirizza, ma decidiamo razionalmente di far finta di nulla, perché ci piace così…
11-Se i tuoi racconti fossero un film, una musica, un luogo…
Domanda difficile, perchè le cose che ho scritto non sono così unitarie… Comunque, come film “Tesis” di Alejandro Amenabar perché descrive l’orrore che proviamo verso il Male e il piacere morboso che nello stesso tempo ci suscita. Come musica, l’album “Darkness on the edge of town” di Bruce Springsteen perché è oscurità, ribellione e sogno. Luogo, i tortuosi cunicoli di una grotta inesplorata che sbucano in una radura notturna punteggiata di stelle.
12-Qual è il peggior incubo di una scrittrice Horror?
Il dentista!!!
Grazie e buona fortuna
un abbraccio.
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