Titolo Perché no
Autore Zagaria Cristina
Prezzo € 9,00
Dati 2009, 115 p., brossura
Editore Perdisa Pop
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… parto per la tangente? Ok, parto per la tangente. Poi non ditemi che non vi avevo avvertito.
Ma mannaggia alla catena (come diceva mio nonno Paolo, buonanima) ma chi scrive le recensioni in giro, li legge i libri o una volta guardata la quarta di copertina è già a posto? O magari, colmo di buona volontà editoriale, si è dato giusto un mezzo sguardo al booktrailer? Boh, a voi, fedeli lettori di HOB l’ardua sentenza!
Perché me lo chiedo? Perché (e potete verificarlo con un paio di click su qualunque motore di ricerca) ecco il sunto di cosa dovrebbe essere “Perché no”, di Cristina Zagaria, secondo gli augusti recensori:
1) “Un romanzo che è un pugno allo stomaco per la descrizione di luoghi e personaggi che popolano la realtà degradata dei quartieri popolari a Napoli.”
2) “Dal romanzo traspaiono un rione e una città cupe, dove regnano indifferenza e assuefazione alla violenza, ma dove pure nello sguardo di un quindicenne che ha commesso una rapina è possibile cogliere un segno di pentimento e redenzione.”
3) (di questo articolo basta il titolo) “Storia di baby camorristi.”
4) “… Diventa simbolo di una Napoli disperata, attonita, ripiegata sulla malavita e sul controllo territoriale”
E potrei continuare…
Cosa vi viene da pensare? Ve lo dico io: “… Che due scatole! Ho appena finito Gomorra e per un po’ di ’sta roba ne ho abbastanza.” Ecco cosa vi viene da pensare a leggere in giro di “Perché no”!
E meno male che l’autrice stessa ha anche rilasciato un’intervista ad Angelo Marenzana dalla quale si evince il vero senso che questa storia si porta appresso!
Lettori e lettrici, qui avete un buon libro che, è ambientato a Napoli, nel rione Sanità, che è stato ispirato da un fatto vero di cronaca, una rapina, ma che… beh, che non parla di Napoli. Ne del suo degrado. Ne della camorra. E nemmeno di una rapina (non ho sbagliato libro, giuro!).
Questa è la storia di un ragazzo. Di un adolescente. E di un suo amico, quasi un fratello più grande. E’ una storia che potrebbe essere ambientata in qualunque altra realtà d’Italia. E non perché una rapina la si può compiere dovunque, ma perché essere adolescenti è un’esperienza che non è facile vivere in nessuna parte del mondo.
Daniele ha quattordici anni, figlio di una famiglia per bene, che cerca di sbarcare il lunario e di farlo crescere onestamente. E’ un ragazzo qualunque e la storia è inquietante proprio per questo.
La realtà nella quale è ambientato questo racconto è quella degradata della Napoli dove i ragazzi (e i bambini) possono crescere cercando di dimostrare che possono essere già considerato “ommen” (veri uomini) da “quelli che contano” e che sanno che tanto la legge gli garantisce l’impunità per i loro pochi anni, certo, ma è anche quella degli operai che si alzano di notte per andare a lavorare e devono fare i conti con le bollette, con la pigione, con le medicine del padre malato e far quadrare i conti della spesa. E’ comunque la vita di tutti i giorni in qualunque periferia di qualunque grande o media città d’Italia; non me ne vogliano i Napoletani.
Il vero nodo del libro non è il DOVE (seppure, mi ripeto, il fatto di cronaca che ha ispirato il libro è accaduto a Napoli) bensì il PERCHE’. Anzi il “PERCHE’ NO”, senza punto esclamativo o interrogativo.
Daniele, dicevo, è un ragazzo tranquillo che si lascerà trascinare da un suo compagno di classe in una rapina tanto improvvisata quanto “normale”, all’ordine del giorno per chi, come il suo compagno, vuole farsi notare nel giro dei “grandi”, farsi un curriculum di strada. Daniele potrebbe rifiutarsi, lui che in realtà non aspira a far parte di quei giri, che non ha in mente di dimostrare nulla a nessuno. E’ quest’ultima frase, in realtà, a rappresentare il fulcro centrale di questo libro. Non ha niente da dimostrare, nemmeno a se stesso alla fine. E allora tanto vale.
Daniele decide di seguire Francesco nel suo piano semplicemente perché non trova nessuna ragione buona per non farlo. La sua mente di ragazzo non trova un vero deterrente sociale, morale o quant’altro che gli dia il coraggio di dire “no” ad un piano decisamente balordo e, non in ultimo, criminale. Daniele non riesce a rendersi conto che questo potrebbe trasformarsi nella fine della sua innocenza ed infrangere le possibilità di raggiungere i suoi sogni, quello che vorrebbe fare da grande; anche qui semplicemente perché non si rende conto di essere innocente e soprattutto perché di sogni da realizzare non ne ha.
Questo è dirompente. Questo è un pugno nello stomaco. Questo è così triste da non lasciare nemmeno voglia di piangere, ma solo voglia di abbandonarsi ad una risata isterica.
Non si parla qui di colpe (dei genitori, delle istituzioni…), di chi sa trasmettere o meno il senso della civiltà e della voglia di crescere, ma questo testo ci fa dare uno sguardo ad uno spaccato di mondo dove non ci si ricorda più che si avrebbe il diritto di essere ragazzi e basta, il diritto di avere dei sogni. E di poter godere di questo, vivaddio.
Se la rapina andrà male Francesco avrà perso l’occasione di farsi notare da quei criminali cui spera di assomigliare; Daniele non avrà perso nemmeno quello perché se non hai nulla da raggiungere non hai nemmeno niente da perdere.
In definitiva ad essere “cattivi” non ci va poi tanto. Essere dei “buoni” è tosta: ci va determinazione e tanto, tanto coraggio. E non viene mai automatico. E’ un progetto. E c’è da lavorarci sopra ogni giorno.
… oppure questa è una storia di camorra e io non ci ho capito un accidenti!
)))
Vostro devoto, come sempre,
Kamenzind
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115 pagine – 2009 – Gruppo Perdisa Editore – ISBN 978 – 88 – 8372 – 470 – 1
Peso 140 grammi, € 9,00 – 64,29 €/Kg (vedi nota a fine recensione)
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* Da bere durante la lettura: Gazzosa, cari lettori, gazzosa, che almeno, se vi ritorna su, se vi si “gira lo stomaco” durante la lettura non da troppo fastidio!
))
* Colonna sonora consigliata: un buon blues napoletano ci sta tutto! Lasciate perdere il buon Pino Daniele, però, che è fin troppo. Cercate sul web i “Blue Stuff”: buon blues, simpatico e leggermente dissacrante nei testi; serve a fare da contrappunto! ![]()
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Nota confronto libri/alimenti (ennesimo sproloquio gratuito by Kamenzind)
Molti di noi consumano un quantitativo di calorie (derivanti dagli alimenti che mangiamo) superiori alle nostre reali necessità. Queste calorie hanno un costo in termini di euro, di tempo necessario a smaltirli (cyclette, step, ecc.) o di sensi di colpa se non li smaltiamo.
Io propongo un baratto: risparmia calorie (ed euro) ed investi in questo libro!!!
Ecco con cosa barattare questo libro:
rinuncia a n.1 “Big Mac menù” calorie risparmiate ca. 1.115 (più di 2 ore di cyclette!)
Ti avanzeranno ancora un paio di euro per un insalatona e avrai guadagnato un buon libro! (e il tuo fegato te ne sarà grato!)
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“…(un libro) che non parla di Napoli. Ne del suo degrado. Ne della camorra. E nemmeno di una rapina (non ho sbagliato libro, giuro!).
E’ una storia che potrebbe essere ambientata in qualunque altra realtà d’Italia.”…
Scusa, ne sei davvero convinto? Sei convinto che a Venezia, a Genova, a Firenze ci sia una diffusa realtà (non un caso occasionale, ma una significativa frequenza) di bande di mariuoli meno che adolescenti che non vanno a scuola per rapinare persone più disgraziate di loro?
No, davvero, parliamone.
Se poi volevi sparare a zero contro chi ha recensito prima di te, è un altro discorso. Ma dire che questo libro non descrive un aspetto significativo di Napoli, e solo di Napoli, beh…
Alessandra
@AngoloNero
Che mi piaccia sparare a zero (ogni tanto) è pecca che devo ammettere!
Questa volta però l’intento era volutamente polemico, non contro le recensioni altrui (la libertà di espressione è meravigliosa proprio perché permette a
tutti di dire la propria, cantonate comprese) ma per rispettare quello che, a mio avviso, era l’animo vero di questo racconto.
Questo libro nasce da una storia napoletana che probabilmente non sarebbe potuta accadere, come è accaduta, purtroppo, se non a Napoli. E’ assolutamente
vero.
Io Napoli la conosco, per come la può conoscere un non napoletano nato a circa 100 km da questa città meravigliosa e sofferente. Conosco anche molti
napoletani. Alcuni ora sono in carcere. Altri si sono appena sposati e nell’attesa di un figlio loro ne hanno adottati tre, mettendo in gioco il loro lavoro
e le finanze (magre) delle loro famiglie che hanno deciso di sostenerli. Ma non è questo il punto.
L’autrice non si ferma a Napoli, perché è giusto che sia così. Va oltre.
Napoli soffre di una malattia che è molto contagiosa.
Convincersi che se non si vive a Napoli si può esserne immuni è pericoloso. E stupido.
Questa storia, napoletana, non deve essere circoscritta ai suoi confini. Deve insegnare qualcosa.
Anche qui posso sbagliarmi, nel qual caso chiedo venia umilmente, ma non riesco a pensarla diversamente: questo libro è un grido d’allarme. Non solo per i
napoletani!
Io, lasciata la nativa terra, vivo a Torino da circa nove anni. Mio figlio ne ha sette. Prego ogni giorno di riuscire a dare a mio figlio qualcosa. Qualcosa
che gli dia sempre la forza di andare avanti. Una sicurezza, spero, o almeno una speranza, se vogliamo. La speranza che qualunque cosa accada (come diceva la
mia bisnonna in un dialetto che non riporto) nessuno potrà mai portarti via due cose: la tua educazione e la tua dignità.
Per un momento, durante la lettura, mi sono sentito come il padre di Daniele e ho avuto un brivido.
Spero che quel brivido l’abbiano avuto anche i non genitori e che gli si sia fissato bene nella mente.
Non si racconta una storia solo per se stessa, solo per il gusto di farlo, o almeno non credo sia questo che aveva intenzione di fare la Zagaria.
Questa storia è stata raccontata perché uscisse fuori dalla Napoli che l’ha creata come vero fatto di cronaca, per dare una scrollata a tutti. Perché ce lo
meiritiamo. Perché qualcuno possa fare qualcosa.
Per Napoli oggi, dove è accaduto tutto, e per ogni altro luogo. Dove tutto questo, se solo possimo sperare di imparare, non dovremmo permettere che accada
mai.
Sono stato troppo diretto? Sembravo arrabbiato, indignato? Lo ero. E spero lo siano stati molti, molti lettori. per Napoli e per tutti noi.
kamenzind.
Ok, Kamenzind, così la cosa assume un altro significato. Capisco l’indignazione e capisco il desiderio di estendere il significato oltre i confini delle pagine del libro. D’altra parte è un libro che si presta a molteplici spunti, come ho potuto verificare di persona durante le presentazioni.
Diciamo che la frase che ho citato (e quella sui recensori che non leggono libri…) rischiavano di essere fuorvianti rispetto al reale significato che volevano esprimere
Ciao,
Ale