Francesco Barbi per quelli che ancora non lo conoscono come si presenta?
Francesco Barbi è nato nel 1975 a Pisa, si è laureato in Scienze Fisiche, e insegna matematica e fisica nelle scuole superiori. Ha una figlia di due anni e mezzo che adora e il sogno, divenuto quasi un’esigenza, di riuscire a scrivere per tutta la vita.
Prendiamo in prestito una citazione famosa che rispecchi il tuo essere scrittore?
Visto che gli scritti di C.G. Jung hanno contribuito alla genesi del libro, mi pare giusto prendere in prestito una sua frase:
“Non io creo me stesso, ma piuttosto io accado a me stesso.”
Il tuo primo romanzo, L’acchiapparatti di Tilos, ha una storia editoriale particolare. In un primo momento è stato pubblicato per la casa editrice Campanila, attualmente è stato ripubblicato per Baldini Castoldi Dalai Editore.
Ti va di raccontarci cosa è successo nel frattempo… e naturalmente House of Books ti fa i complimenti.
“L’acchiapparatti di Tilos” è stato pubblicato nel 2007 e adesso, grazie a B.C.Dalai Editore può vivere una nuova vita con il titolo “L’acchiapparatti”. Sebbene fosse stato pubblicato in punta di piedi e non avesse potuto godere di un vero e consistente marketing editoriale, il libro aveva avuto riscontri molto buoni da parte dei lettori e diversi commenti positivi si erano diffusi in rete, così da poter suscitare l’interesse di una grande casa editrice. Ma probabilmente questo non sarebbe bastato, se non fosse stato per Cristina Lupoli Dalai.
La sua telefonata giunse inaspettata circa un anno fa. Mi sento grato nei confronti di Cristina per aver letto il libro su suggerimento di un collaboratore e per aver creduto fin da subito nell’acchiapparatti.
Per quel che riguarda le differenze tra la prima e la seconda edizione, ben lungi dall’essere una semplice ristampa, basti dire che tra il 2007 e oggi sono passati quasi tre anni di personale maturazione, di lunghe riflessioni sulla scrittura in generale e sul libro in particolare, anche basate sui feedback dei lettori. Nell’ultimo anno ho poi potuto lavorare sul testo per mesi, riscrivendolo completamente. Il cambiamento del titolo è emblematico e rispecchia la differenza tra le due edizioni. Per chi volesse saperne di più ho pubblicato un articolo alla faccenda sul sito-blog dedicato al libro.
Da quali suggestioni, da quali idee è nata questa storia?
L’origine del romanzo risale alla primavera del 2000 quando, spinto dall’esigenza di descrivere un’immagine che era andata affacciandosi nella mia mente, scrissi un racconto. Si tratta di ciò che, a libro ultimato, è divenuto il capitolo 6, quello intitolato “Il Buco”. Più che da suggestioni o idee, direi che quel racconto-capitolo fu ispirato dalla personale e quasi atavica attrazione verso il mostruoso, nonché originato da un conflitto irrisolto con il mio persecutore interno.
Ti ricordi il momento preciso in cui hai detto “questa storia devo assolutamente scriverla”?
Me lo sono dovuto dire più volte. Scrivevo a “scappatempo”, o meglio, a periodi alterni, per cui per completare la stesura del libro mi ci sono voluti degli anni. Per la precisione 7.
Di certo fui consapevole di voler provare a scrivere un libro, per la prima volta, solo dopo aver letto (forse per capire chi o che cosa fosse per me il demone di Giloc) un saggio di psicoanalisi sull’archetipo dell’Ombra basato sugli scritti di C. G. Jung.
Cosa puoi accennarci sulle Terre di Confine?
Sono sempre stato affascinato dalla storia Alto Medioevale, soprattutto dagli aspetti più cupi e grotteschi di quell’epoca. Sono pignolo e attento ad aspetti quali coerenza e plausibilità, e dunque volevo una base solida per la costruzione delle Terre di Confine. Spinto dal bisogno di verosimiglianza, ricordo di aver letto e/o riletto numerosi saggi sul periodo medioevale. Agli inizi della stesura, ho pensato seriamente alla possibilità di scrivere un romanzo storico.
Ho scelto però di scrivere un romanzo fantasy non solo per la personale predilezione per il genere, ma anche perché questa scelta mi garantiva più libertà: credo che la ricerca di coerenza, realismo e credibilità sarebbe potuta divenire un vincolo insormontabile, al tempo. E in effetti, per non venir meno a certe mie esigenze, tendo spesso a cercare espedienti che mi facciano sentire più libero, meno vincolato. Anche la scelta di ambientare le vicende dell’acchiapparatti nelle Terre di Confine è stata probabilmente dettata da questo mio bisogno. Pur ricordando vividamente atmosfere medioevali, quei territori, coacervo di razze e culture diverse, mi hanno garantito la libertà creativa di cui avevo bisogno nella scelta dei nomi, delle credenze e dei tessuti economici e sociali.
“L’acchiapparatti” rimane comunque un libro low-fantasy, in cui compare un unico elemento propriamente magico-fantastico, essenzialmente incarnato nella creatura ancestrale rinchiusa nelle prigioni di Giloc. Anche la stregoneria, nelle Terre di Confine, è ormai ridotta a un eco dei tempi andati.
Arriviamo ai personaggi, descritti in modo fantastico da renderli reali, presenti anche quando si conclude la lettura. Come strutturi la personalizzazione e descrizione dei protagonisti, come nascono?
I personaggi sono il fulcro, il perno della narrativa. In fondo la motivazione centrale di tutta la letteratura è l’essere umano. Gli eventi e la trama esistono per definire il personaggio e raccontare il suo destino. Perciò considero il personaggio come principio creatore della storia e abbraccio tendenzialmente la buona norma secondo cui è proprio il carattere del personaggio, se verosimile, studiato, sentito e interiorizzato, a ispirare e determinare lo sviluppo dell’azione.
Ci sono molti modi per costruire un personaggio. Non occorre sapere di lui tutto a priori, l’ideale per me è trovare il giusto equilibrio tra la precisione di alcuni dettagli e la non saturazione di altri. Personalmente preferisco prendere il personaggio dalla mia immaginazione, più o meno sbozzato, e schiaffarlo in una situazione. Il lettore, e prima di lui l’autore, ne farà la conoscenza attraverso le sue azioni, i dialoghi, i pensieri. Naturalmente man mano che il carattere del personaggio si definirà, il suo autore dovrà tagliare, modificare, rivedere.
Che ne dici se presentiamo ai lettori di House of Books Zaccaria?
Zaccaria è uno dei due protagonisti del libro, si è inventato un mestiere per campare, è mentalmente squilibrato e vive le situazioni in un modo tutto suo. D’altra parte è anche un po’ stregone e, per me autore, la magia nel mondo reale è la creatività. Mi sento profondamente grato nei confronti di questo personaggio. Non posso dunque far altro che cedergli la parola: è qui che saltella alle mie spalle e non sta più nella pelle…
“Eccoci qua. Sì, sì, eccoci qua… Salve a tutti, o voi lettori della Casa dei Libri! Che bella dev’essere la Casa dei Libri! Sì, sì, bella bellissima dev’essere! A noi piacciono tanto i libri. Sì, sì, tanto tanto… Gìà, ma noi dobbiamo presentarci. Ehm, sì. Sì, sì. Allora. Sì. Noi siamo Zaccaria, il più grande acchiapparatti di tutte le Terre di Confine!”
Oltre a lui a quale personaggio sei maggiormente affezionato? E perché?
Senza alcun dubbio a Ghescik, becchino storpio e gobbo di Tilos, compare di Zac e co-protagonista del libro.
Tutti i personaggi scaturiscono dalla mente, dalle emozioni, dai vissuti personali del loro autore e quindi gli sono in qualche modo legati. Credo però che Ghescik e Zaccaria, insieme, incarnino una parte davvero consistente di me. Ho detto ‘insieme’ perché i due personaggi sono allo stesso modo protagonisti, aspetti complementari forse di uno stesso individuo… In copertina, la figura alla finestra è stata ricavata da una mia fotografia. Eppure, così vicina al titolo, in quella casa-torre, sembrerebbe proprio alludere all’acchiapparatti. Ma è Ghescik quello con la gobba.
Anche la storia e il suo finale sono decisamente permeati da questa separazione-fusione dei protagonisti.
Che cosa è diventata per te attualmente la scrittura?
Con la riedizione de L’acchiapparatti ad opera di B.C.Dalai editore, il sogno di cui ho parlato nella risposta alla prima domanda si è fatto più concreto. Adesso la scrittura non è più soltanto un bisogno, una via per dare spazio alla creatività e un percorso auto-terapeutico. Chissà se potrebbe diventare un mestiere… In questo preciso momento, vivo un po’ il terrore del naufrago che si sbraccia quando vede passare la nave.
Progetti per il futuro? Ho letto che ci sarà un seguito dell’Acchiapparatti…
Al momento mi sto in effetti dedicando al seguito de “L’acchiapparatti”. Ho scritto prologo e una decina di capitoli. Nelle ultime due settimane la stesura ha però subito una battuta d’arresto a causa dell’uscita in libreria della riedizione del libro a cura della Baldini Castoldi Dalai, ma spero di riprendere al più presto.
Da qualche tempo ho poi terminato un libro di racconti di fantascienza distopica dal titolo “Marchi indelebili”. Parlo di libro e non di raccolta perché si tratta di una serie di storie che si intrecciano e che hanno tutte come protagonista la società tetra e totalitaria che viene rappresentata.
Grazie per la disponibilità.
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